Ogni volta che succede qualcosa — un episodio di violenza tra adolescenti, un caso di bullismo diventato virale, un video che fa il giro di TikTok per le ragioni sbagliate — il copione è lo stesso. Si apre il dibattito, si convocano gli esperti, qualcuno scrive un editoriale preoccupato, e quasi puntualmente la colpa finisce addosso agli stessi imputati: i social, gli smartphone, il digitale in generale. Ma soprattutto, sembra che oggi l’unica soluzione contemplata dal mondo adulto e da quello istituzionale sia una: vietare. Come se togliere il telefono di mano a un quattordicenne fosse sufficiente a risolvere quello che ribolle sotto. Come se il problema stesse nel dispositivo e non nella persona che lo usa. Luca Mazzucchelli, psicologo, divulgatore, scrittore (e padre di tre figli) la vede diversamente e lo dice con la chiarezza di chi ha imparato a distinguere il sintomo dalla causa, e non ha alcuna intenzione di confonderli per compiacere il senso comune.
Per lui non si tratta di individuare il colpevole in una piattaforma specifica, ma di capire come funziona il rapporto tra gli esseri umani e gli strumenti che hanno creato. Una questione antica, in fondo, che si ripropone ogni volta che arriva una nuova tecnologia dirompente.
Tecnologia e responsabilità
"La tecnologia più importante non è quella che hai tra le mani, fatta di circuiti e connessioni. È quella invisibile, che non è tra le tue mani ma è tra il tuo cuore e la tua mente", spiega. La chiama "tecnologia interiore". Non è fatta di microchip, ma di valori, emozioni e idee — tre ingredienti invisibili. Ed è precisamente questa invisibilità il nodo del problema: quello che non si vede, non si cura. Il mondo emotivo di un ragazzo resta spesso scoperto, senza custodia, senza manutenzione. Il meccanismo che l’esperto descrive è semplice quanto scomodo: la tecnologia digitale non introduce nuovi problemi, li amplifica. "Se non so gestire le mie emozioni, se ho un rapporto poco utile con la mia rabbia, e sono su un social network, è chiaro che il digitale amplifica le mie inefficienze, le mie incapacità". Lo smartphone non è la causa della violenza, è un amplificatore. Come un microfono che non distingue tra una voce bella e una stonata — porta tutto al massimo volume, nel bene e nel male.
Il bullismo, del resto, non è stato inventato con gli smartphone. C'era già quando si andava a scuola senza internet in tasca, quando i messaggi circolavano su bigliettini di carta e le umiliazioni avvenivano in cortile. Quello che è cambiato — e qui la tecnologia ha le sue responsabilità concrete — è la pervasività e la dimensione del pubblico. "Una volta venivi bullizzato a scuola, poi tornavi a casa ed eri sereno. Adesso chi è bullizzato a scuola, torna a casa e lo è online, 24 ore su 24 – commenta - Non c'è più un luogo sicuro, non c'è più un momento in cui si può respirare”. E poi c'è la questione del pubblico: se un tempo l'umiliazione avveniva davanti a sei o sette compagni di classe, oggi un video su TikTok può raggiungere milioni di persone in poche ore.
Vietare non basta
"Mi fa un po' arrabbiare che tutti sui giornali dicano 'bisogna regolamentare, bisogna togliere'. Va bene, ma prima ancora bisogna lavorare su tutto il resto", segnala Mazzucchelli. Regolamentare, quindi, sì — e finalmente si inizia a farlo, dopo anni in cui gli strumenti di controllo erano pochissimi. Ma non può essere l'unica risposta. Anzi, rischia di diventare l'alibi perfetto per non affrontare la vera questione: insegnare ai ragazzi — e prima ancora agli adulti — a usare la propria tecnologia interiore. A questo scopo Mazzucchelli ha costruito un acronimo che è anche un manifesto: CUORE. C come Coraggio e Creatività, U come Umanità, O come Originalità, R come Relazioni e intelligenza relazionale, E come Emozioni.
E qui un parallelo: “Il mondo investe miliardi e miliardi nelle materie Stem — scienza, tecnologia, ingegneria, matematica — per portarci su Marte, per far crescere l'economia, per formare le professioni del futuro: io sono figlio delle Stem e sono riconoscente di tutto questo. Però, se sei inadeguato sulla Terra, resti inadeguato anche su Marte". Insomma, si può avere tutta la competenza tecnica del mondo, ma se non si è connessi ai propri valori, se non si è in grado di gestire le emozioni, di stare in relazione con gli altri, quella competenza non ci salva.
Il metodo Cuore
L'acronimo di Mazzucchelli identifica le competenze invisibili da coltivare in parallelo a quelle digitali: Coraggio e Creatività; Umanità; Originalità; Relazioni e intelligenza relazionale; Emozioni. Sono queste, secondo lo psicologo, la vera priorità educativa — per i ragazzi, ma soprattutto per i genitori che dovrebbero trasmettergliele. E chi dovrebbe insegnare tutto questo ai ragazzi? Qui arriva la parte davvero scomoda della conversazione. Mazzucchelli non ha dubbi, e non usa mezze parole: i primi a dover cambiare sono i genitori. "I genitori sono peggio dei ragazzi sul cellulare". Non lo dice per provocare — o almeno, non solo. Lo dice perché è quello che vede ogni giorno, nei suoi studi, nelle scuole, nelle piazze: adulti che non riescono a staccarsi dallo schermo e poi si indignano se il figlio adolescente fa lo stesso. Adulti che fanno fatica a cenare senza controllare il telefono e poi pretendono di stabilire regole digitali in famiglia.
"Non abbiamo l'ethos per poter insegnare ai ragazzi queste cose", dice. Il problema è in parte strutturale — la società stessa, il mercato del lavoro, le aspettative di reperibilità continua ci spingono verso la dipendenza digitale — ma la soluzione parte da casa, prima ancora che dalla scuola o dalla politica. "I veri corsi vanno fatti sui genitori e sugli insegnanti, e poi chiaramente anche sui ragazzi". La scuola da sola non basta, aspettarsi che ci pensi lei è comodo ma ingenuo. E costa fatica, molto più che imporre un divieto o installare un parental control.
"Costa fatica un dialogo con tuo figlio, perché ci costa fatica dire certe regole, spiegare — perché facciamo fatica a rispettarle noi e quindi abbiamo probabilmente anche un po' di timore che, nel dover spiegare a loro come usarli, noi ci mostriamo incapaci. Mostriamo le nostre vulnerabilità per primi". È una confessione collettiva, quella di Mazzucchelli. Siamo spaventati di dover ammettere davanti ai nostri figli che anche noi non abbiamo tutte le risposte. Che anche noi, a volte, veniamo risucchiati dallo scroll infinito senza nemmeno accorgercene.
Un ecosistema, due antropologie
"Ci sono due specie antropologicamente diverse all'interno dello stesso ecosistema: i nativi digitali e noi, che il cellulare lo abbiamo incontrato da adulti. Parliamo lingue diverse", sottolinea lo psicologo. È da questa distanza — generazionale, linguistica, quasi antropologica — che nasce il suo approccio pratico. Mazzucchelli è del 1979: ricorda quando a Milano è arrivato Fastweb, quando ha programmato i suoi primi siti internet, quando il cellulare era un oggetto raro e mandare un messaggio costava. I suoi figli non hanno mai visto un mondo senza social. "Siamo due specie diverse", dice. "Parliamo linguaggi diversi, siamo cresciuti in due mondi diversi, abbiamo meccanismi per attivare l'attenzione diversi". La tecnologia ha ampliato questo fossato — ma può anche diventare il ponte per attraversarlo.
Il suo metodo rovescia l'istinto di molti genitori: non combattere la tecnologia, ma conoscerla. Non vietare, ma entrare. Chiede ai suoi figli di spiegargli Brawl Stars, si siede a giocare a Fifa con loro, ogni tanto guarda su YouTube i video commentati dei loro youtuber preferiti, proprio per capire cosa vedono, cosa li appassiona, in quale mondo passano le loro ore. "Prima è il loro turno di parola: mi raccontano il loro mondo. Solo dopo che hanno capito che ho capito, posso, con autorevolezza e più riconosciuto da loro, fargli vedere certi campanelli d'allarme".
Il genitore come esperto di relazioni e psicologia. Il figlio come esperto di tecnologia. Un patto di rispetto reciproco — e di curiosità genuina — che apre più porte di qualsiasi filtro di rete. "Se combatti non riesci a conoscere. Puoi anche decidere di combattere la tecnologia, ma prima devi conoscere. Devi scegliere: conosci o combatti".
È una responsabilità enorme, quella che Mazzucchelli restituisce agli adulti. Ma è anche, in fondo, una buona notizia: significa che c'è qualcosa che possiamo fare, oltre che aspettare che qualcuno regolamenti qualcosa. Significa che la risposta non è solo fuori di noi — in una legge, in un'app di controllo parentale, in un'età minima per l'accesso ai social — ma anche dentro. Nella qualità delle conversazioni che riusciamo ad avere. Nell'esempio che siamo capaci di dare. Nel coraggio di sederci accanto a nostro figlio e chiedergli di insegnarci come funziona quel gioco che non capiamo, prima ancora di dirgli di spegnerlo. Il cellulare è solo lo specchio. La domanda è cosa ci vediamo dentro.