In condizioni normali, circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto (Gnl) mondiale attraversa lo Stretto di Hormuz, uno dei choke point più sensibili del sistema energetico globale. Oggi quel passaggio è tutt’altro che normale. Gli attacchi militari contro l’Iran, iniziati a fine febbraio, e il successivo blocco dello Stretto hanno innescato una nuova crisi energetica. Il petrolio è tornato a sfiorare i 100 dollari al barile, mentre i flussi di Gnl restano fortemente limitati, nonostante la tregua temporanea e la riapertura del corridoio marittimo.
È da qui che parte l’analisi del World Resources Institute, think tank internazionale con sede a Washington attivo su clima, energia e sviluppo sostenibile, che studia l’impatto delle politiche energetiche e ambientali sulle economie globali. La crisi, scrive l’istituto di ricerca, sta mettendo in evidenza una frattura netta tra sistemi energetici. Da un lato, i Paesi come l’Italia ancora fortemente legati ai combustibili fossili importati, esposti a volatilità dei prezzi e rischi geopolitici. Dall’altro, quelli che negli anni hanno investito in sistemi energetici “puliti”, basati su produzione domestica e fonti non fossili. Secondo World Resources Institute, è proprio questa differenza strutturale a spiegare perché l’impatto della crisi non sia uniforme.
Il vantaggio strutturale: sicurezza e costi
Il punto chiave, sottolinea l’analisi, non è solo ambientale ma economico e strategico. Il primo vantaggio è la disponibilità domestica: sole e vento sono risorse diffuse in tutti i Paesi, a differenza di petrolio e gas, la cui produzione è concentrata in poche aree e soggetta a tensioni geopolitiche. Il secondo è il costo del combustibile: nelle rinnovabili è nullo. Una volta installati gli impianti, il prezzo dell’energia diventa molto più stabile rispetto ai combustibili fossili, il cui valore è determinato da mercati globali altamente volatili.
Questa combinazione — sicurezza dell’offerta interna e stabilità dei costi — rappresenta, di fatto, la forma più concreta di resilienza energetica.
Cina: elettrificazione e industria
La Cina è uno dei casi più emblematici citati dal World Resources Institute. Negli ultimi vent’anni ha investito centinaia di miliardi di dollari per costruire una filiera industriale completa nei veicoli elettrici e nella generazione da fonti rinnovabili. Oggi metà delle nuove auto vendute è elettrica e circa un terzo dei nuovi camion pesanti segue la stessa traiettoria. Sul fronte elettrico, solare, eolico e idroelettrico coprono circa il 36% della produzione nazionale, più del doppio rispetto all’inizio degli anni Duemila.
Il risultato è strutturale: la crescita della domanda di petrolio raffinato rallenta, e con essa l’esposizione del Paese alle importazioni e alle interruzioni delle forniture.
Pakistan: boom del solare distribuito
Diverso ma altrettanto significativo il caso del Pakistan, dove la transizione è avvenuta dal basso. Qui il fotovoltaico distribuito ha registrato una crescita esplosiva, spinto da due fattori convergenti: l’aumento delle tariffe elettriche e la disponibilità di tecnologie a basso costo, in gran parte importate dalla Cina.
Tra il 2019 e il 2025, la capacità dei pannelli solari importati ha superato quella degli impianti esistenti nel Paese. Un’espansione che, secondo le stime riportate dal World Resources Institute, ha già evitato circa 12 miliardi di dollari di importazioni di petrolio e gas. Un effetto immediato: una maggiore capacità di assorbire gli shock sulle forniture, soprattutto nelle ore diurne, quando il solare riduce il ricorso al gas per la generazione elettrica.
Francia e Spagna: mix contro rincari
In Europa, la differenza emerge chiaramente osservando l’andamento dei prezzi elettrici. Francia e Spagna stanno registrando aumenti più contenuti rispetto ad altri Paesi, grazie a un mix energetico meno dipendente dal gas naturale. In Francia, il nucleare copre circa il 70% della produzione elettrica, con il gas sotto il 4%. In Spagna, le rinnovabili — solare, eolico e idroelettrico — arrivano al 57%, affiancate dal nucleare. Questo riduce la frequenza con cui il gas entra nel ruolo di tecnologia marginale, cioè quella che determina il prezzo finale dell’energia. Tradotto: meno gas nel mix significa minore esposizione alla volatilità dei mercati e maggiore stabilità delle bollette.
I limiti della protezione
La resilienza offerta dai sistemi energetici puliti non è però completa. Molti usi energetici restano legati ai combustibili fossili: il riscaldamento, diversi processi industriali e l’intera filiera petrolchimica. Anche i Paesi più avanzati continuano a dipendere da importazioni, sia di energia sia di materie prime.
In Cina, ad esempio, una parte rilevante del riscaldamento domestico e industriale è ancora alimentata a gas. In Europa, trasporti e industria restano esposti alla volatilità dei mercati fossili. A questi elementi si aggiunge il ruolo delle riserve strategiche, che alcuni Paesi utilizzano per attenuare gli shock di breve periodo.
La lezione strategica
La crisi dello Stretto di Hormuz offre una chiave di lettura che va oltre l’emergenza. Per il World Resources Institute, la transizione energetica si conferma una leva di sicurezza economica e geopolitica, prima ancora che climatica. Elettrificare i consumi e spostare la produzione verso fonti pulite significa ridurre la dipendenza da rotte critiche e mercati instabili, rafforzando l’autonomia dei sistemi energetici nazionali.
In sintesi, conclude l’istituto, meno esposizione agli shock esterni e maggiore controllo sui costi. Perché, in un contesto di crescente instabilità, la differenza non la fa solo quanta energia si consuma, ma da dove arriva — e quanto è davvero sotto controllo.