“Simona viene presa in giro perché ha due mamme. Siamo una bella famiglia ma ora si vergogna di noi”

“Simona viene presa in giro perché ha due mamme. Siamo una bella famiglia ma ora si vergogna di noi”

“Che schifo”, “Non sei normale”: la ragazza viene presa in giro al liceo e si è chiusa in se stessa. Nicole, una delle mamme, è preoccupata perché lei sembra vergognarsi della sua famiglia

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“Quando io e la mia compagna Claudia abbiamo deciso di avere una figlia, sapevamo che non sarebbe stato sempre semplice. Ma non avrei mai pensato che, a distanza di anni, il dolore più grande sarebbe arrivato proprio da quello che per noi è sempre stato naturale: essere una famiglia”. Ci scrive da Bologna Nicole P., 47 anni, un impegno nell’ambito della ristorazione. “Simona ha 15 anni ed è nata grazie a un’inseminazione artificiale fatta in Spagna. È cresciuta con due mamme che l’hanno amata dal primo giorno. Fino a poco tempo fa non sembrava essere un problema. Oggi invece la vedo soffrire, e questo mi fa sentire impotente”.

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Una famiglia costruita con amore

“Claudia ed io siamo una coppia solida. Stiamo insieme da quando avevo 27 anni (oggi ne ho 47) e abbiamo attraversato tutto insieme: il coming out con la famiglia e il mondo esterno, la scelta di avere un figlio, le difficoltà burocratiche, i viaggi in Spagna per l’inseminazione, l’attesa, le paure in merito alla salute di quella che sarebbe stata la nostra bambina. La nascita di Simona è stato il momento più felice della nostra vita. Siamo sempre state presenti, entrambe, in ogni fase della sua crescita: le recite a scuola, le malattie e i risvegli notturni, i compiti al pomeriggio e le vacanze in estate. Non abbiamo mai nascosto nulla, né a lei né agli altri. Abbiamo sempre pensato fosse importante farla crescere con l’idea di essere nata da un progetto d’amore, fortemente voluta. Alle elementari e alle medie non ci sono mai stati grossi problemi. I suoi compagni la conoscevano da sempre, le famiglie anche. Simona era una ragazzina serena, aveva le sue amiche e le sue passioni. Ogni tanto arrivava qualche domanda, qualche curiosità, ma nulla che la ferisse davvero. Claudia ed io ci dicevamo che forse il mondo si stava trasformando davvero, che per lei sarebbe stato più semplice di quanto lo era stato per noi”.

Al liceo, tutto cambia

“Le cose sono cambiate quest’anno, con il primo anno del liceo scientifico. Nuovi compagni, nuovi equilibri. All’inizio sembrava tutto andare bene, poi piano piano ho incominciato a vedere qualcosa spegnersi in lei. Tornava a casa più silenziosa, più chiusa. Un giorno le ho chiesto cosa stesse succedendo e lei mi ha risposto che non aveva nulla. Poi, a fatica, mi ha raccontato. C’è un piccolo gruppo di ragazzi che la prende in giro perché ha due mamme. Non sono episodi eclatanti. Sono battute, risatine, commenti detti a mezza voce. Ma sono continui. E fanno male. ‘Ma tuo padre dov’è?’, ‘Che schifo’, ‘Non è normale’. Parole così, dette magari ridendo, ma che le restano addosso. La cosa che mi ha colpito di più è stato il modo in cui me lo ha raccontato: con vergogna. Come se ci fosse qualcosa di sbagliato in lei, in noi. E questo mi ha spezzato il cuore. Io le ho parlato, le ho spiegato che la nostra famiglia non ha nulla di meno delle altre, che l’ignoranza degli altri non deve definirla. Lei annuisce, capisce, ma poi il giorno dopo torna a scuola e tutto ricomincia. La vedo cambiare: evita di parlare di noi, non invita più le amiche a casa, sta più tempo chiusa in camera. È come se cercasse di farsi più piccola possibile, per non attirare attenzione”.

Il bisogno di aiutarla senza sostituirsi a lei

“Il mio istinto sarebbe quello di proteggerla da tutto questo. Andare a scuola, parlare con i professori, affrontare quei ragazzi. E in parte lo sto valutando. Ma so anche che non posso vivere al posto suo ogni relazione, ogni difficoltà. Io e Claudia abbiamo costruito la nostra famiglia con fatica, con amore, con consapevolezza. E vedere nostra figlia soffrire per questo mi fa stare malissimo. Cerco di starle vicino, di ascoltarla senza forzarla. A volte ci sediamo sul divano e parliamo, altre volte resta in silenzio e io le sto accanto lo stesso. Le ripeto che non c’è nulla di cui vergognarsi, che siamo orgogliose di lei e della nostra famiglia. Ma ho paura che non basti. Per questo ho deciso di scrivere alla redazione. Vorrei un consiglio da una delle vostre psicologhe: come posso aiutarla davvero? Come posso darle gli strumenti per affrontare queste situazioni senza sentirsi sbagliata? Il mio desiderio più grande è che Simona torni a camminare a testa alta, senza sentirsi diversa per qualcosa che, per noi, è sempre stato solo amore”.

Il consiglio della psicologa

“La storia di Nicole evidenzia quanto l’amore, che in famiglia magari è fondamento e forza, può, invece, scontrarsi con lo sguardo miope esterno, con il giudizio implicito e pregiudizio degli altri e, soprattutto, con la fase evolutiva più fragile che è l’adolescenza”, commenta la dott.ssa Maria Claudia Biscione, psicologa, psicoterapeuta e sessuologa. “Simona è cresciuta in un ambiente coerente, amorevole, autentico. Amata da due mamme presenti e serene. Fuori, invece, inaspettatamente, quello stesso elemento identitario diventa bersaglio, qualcosa da spiegare, da dover difendere, da nascondere. Aprendo, così, una frattura profonda tra il “dentro” e il “fuori”. E per un’adolescente di 15 anni questo è un carico emotivo enorme. Perché non basta più sapere “chi sono” dentro di sé, ma diventa fondamentale sentire che ciò che si è, sia accettabile, riconosciuto, degno, anche nel mondo esterno. Quando questo non accade, può insinuarsi una vergogna profonda, che è molto diversa dal semplice dolore. La vergogna non dice “mi stanno ferendo”, ma, piuttosto, “c’è qualcosa che non va in me”. E Simona, dunque, non sta solo subendo prese in giro, sta iniziando, anche se inconsapevolmente, ad interiorizzare lo sguardo degli altri. Le brutte frasi che le vengono rivolte, non restano fuori, ma, purtroppo, rischiano di diventare una voce interna. È questo il punto più delicato, perché è lì che nasce il tentativo di “farsi più piccola”, di sparire, di non esporsi. Per questo, quando smette di invitare le amiche, quando evita di parlare della sua famiglia, non sta solo proteggendosi, sta, in qualche modo, prendendo le distanze da una parte di sé per renderla meno attaccabile. E questo, certamente, per un genitore, è devastante da vedere. Nicole e Claudia sono divise tra l’istinto di proteggere, di intervenire e la consapevolezza che la figlia deve poter costruire strumenti propri, perché non sarà sempre possibile esserci al posto suo. Stanno entrambe già facendo qualcosa di fondamentale. Offrono a Simona uno spazio emotivo sicuro. La ascoltano, non negano il dolore, non minimizzano, non forzano. Le stanno dicendo, con le parole e con la presenza: “qui puoi essere intera, anche quando fuori ti senti sbagliata”. Questo è il primo, vero antidoto alla vergogna. Tuttavia, in situazioni come questa, l’ascolto familiare da solo può non bastare, perché il contesto esterno ha un peso reale. Quelle dinamiche di gruppo, anche se fatte di “battute”, sono a tutti gli effetti forme di micro-bullismo ripetuto, e hanno bisogno di essere intercettate anche dagli adulti di riferimento. Credo, quindi, che confrontarsi con gli insegnanti non significhi sostituirsi a Simona o indebolirla. Se fatto con sensibilità e misura, può, significare, invece, costruire una rete attorno a lei, mandarle un messaggio in cui farle sentire che non è sola. Ovviamente sappiamo bene quanto gli adolescenti temano che l’intervento dei genitori li esponga ancora di più, quindi sarà fondamentale coinvolgerla e verificare cosa ne pensa. Accanto a questo, sarà importante per le due mamme, aiutare Simona a costruire una narrazione di sé che sia più forte dello sguardo degli altri. Anche attraverso il riconoscere apertamente quanto sia difficile quello che sta vivendo. Dare nome al dolore, legittimarlo, senza trasformarlo in qualcosa da combattere da sola. Trasformare, lentamente, la vergogna in consapevolezza. Non in orgoglio forzato, ma in un senso di identità che possa reggere anche il conflitto. Con il tempo e con il giusto sostegno, Simona, potrà imparare a stare nello spazio senza doversi nascondere. Oggi, l’obiettivo più realistico non è che Simona cammini “a testa alta” sempre, ma che sappia che può abbassarla quando è stanca, senza sentirsi sbagliata. Che ciò che vive non definisce il suo valore e che può attraversare questa fase sapendo che la sua famiglia è un punto fermo. Perché il rischio più grande, in queste storie, non è la presa in giro in sé. È il silenzio che viene dopo, il ritiro e la solitudine interna”.

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