Per oltre trent’anni Roberto Savi, ex poliziotto e capo della Banda della Uno Bianca, è rimasto in silenzio. Ora, dal carcere di Bollate, ha scelto di parlare per la prima volta in televisione, con Francesca Fagnani, a Belve Crime (dove lo scorso anno era stata invitata Eva Mikula, fidanzata del fratello Fabio Savi, mente e braccio armato della banda della Uno Bianca).
Un’intervista che si annuncia come una delle più controverse degli ultimi anni, non solo per il profilo dell’intervistato, ma per il contenuto delle sue dichiarazioni, che potrebbero riaccendere il dibattito su una verità giudiziaria mai del tutto accettata dai familiari delle vittime.
Uno degli episodi più oscuri fu l’omicidio nell’armeria di via Volturno, a Bologna, il 2 maggio 1991, in cui furono uccisi la titolare Licia Ansaloni e il suo collaboratore, l’ex carabiniere Pietro Capolungo. Un delitto che è stato ricondotto a una rapina, ma che Roberto Savi oggi rilegge in modo diverso. «Ma va la, la rapina… Chi va a rapinare pistole? Non avevamo nient’altro che pistole in quella casa». Alla domanda diretta della giornalista, «Qual era il motivo?», risponde: «Lui era ex dei servizi particolari dei Carabinieri. Volevano una scusa, farlo fuori in qualche maniera. Che scusa prendiamo?».
Un passaggio, questo, che introduce il tema di presunti mandanti o, quantomeno, di un contesto più ampio rispetto a quello della banda. «Ogni tanto venivamo chiamati: “Facciamo così, e facevamo così”». Francesca Fagnani chiede conto della lunga impunità della banda: «Com’è stato possibile? Che per sette anni siete andati avanti senza essere scoperti? Sette anni sono tanti, 24 morti sono tanti. Come mai non vi hanno preso? Non le sembrava strano?». La risposta di Roberto Savi: «Un po’ sì. Loro ce la mettevano tutta, ma non ci trovavano, non ci prendevano».
Alla domanda su una possibile copertura investigativa, lui afferma: «Sono subentrati personaggi non delinquenti che ci hanno garantito protezione. Ci sentivamo sicuri di muoverci». E aggiunge: «Tutte le settimane, passavo due o tre giorni a Roma». Quando Fagnani insiste chiedendo con chi parlasse, la risposta resta sospesa: «Eh, con chi parlavo… Andavo giù per parlare con loro». «Loro chi? I Servizi?», domanda la giornalista. E Roberto Savi: «Ma sì. Insomma, quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere. E poi ci hanno fatto prendere».
Sono dichiarazioni, queste, che, se confermate o approfondite, potrebbero avere un impatto rilevante su un’inchiesta mai davvero chiusa, nella percezione pubblica. Non a caso, da tempo i familiari delle vittime sostengono che la verità storica non coincida completamente con quella processuale. La messa in onda dell’intervista, questa sera, in prima serata su Rai 2, segna quindi un passaggio delicato. Non solo perché è la prima apparizione televisiva di Savi, ma perché arriva mentre la Procura di Bologna continua a indagare su alcuni degli episodi più gravi attribuiti alla banda, tra cui la strage del Pilastro e altri agguati.
Tra i familiari delle vittime, c’è tensione. La notizia dell’intervista è arrivata «inaspettata», come ha detto al Corriere il presidente dell’associazione Alberto Capolungo, lasciando molti «tra l’impreparato e il frastornato». E «non essere stati avvisati con un po’ di anticipo» rende ancora più difficile gestire l’impatto emotivo. Da parte sua, qualche «dubbio sull’opportunità dell’intervista c’è».
«Non so bene cosa pensare», ha aggiunto Rosanna Zecchi, ex presidente dell’associazione. «Sarebbe anche ora che dica tutta la verità, perché è possibile che tutto sia stato fatto per soldi e non ci sia nient’altro dietro? Io non ci credo. L’importante è che non dica bugie, perché allora sì che c’è da arrabbiarsi. È che ha distrutto intere famiglie: sta pagando e deve continuare a farlo».
La banda della Uno Bianca: 24 morti e 114 feriti
La banda della Uno Bianca, così chiamata perché utilizzava spesso una Fiat Uno bianca durante gli assalti, è stata una delle organizzazioni criminali più feroci del secondo dopoguerra. Dal 1987 al 1994, compì oltre 100 azioni armate: rapine a mano armata, agguati a militari, assalti a caselli e furgoni portavalori, sparatorie nei campi nomadi e vere e proprie esecuzioni sommarie. Il bilancio: 24 persone uccise e 114 ferite.
A guidarla erano i tre fratelli Savi: Roberto, agente in servizio alla Mobile di Bologna, Fabio, meccanico ma anche lui ex poliziotto, e Alberto, il più giovane. Al loro fianco, altri membri delle forze dell’ordine: Marino Occhipinti, Pietro Gugliotta e Luca Vallicelli.
Il 24 novembre 1994, la polizia arresta Fabio Savi in un autogrill sull’autostrada per l’Austria. Pochi giorni prima era stato fermato anche Roberto a Bologna. L’indagine, condotta dai magistrati Daniele Paci e Paolo Giovagnoli e dagli investigatori Luciano Baglioni e Pietro Costanza, aveva già individuato l’identità dei killer grazie a mesi di lavoro minuzioso. Un appostamento a Santa Giustina, nei pressi di Rimini, fu la chiave: lì venne individuata un’auto sospetta, con la targa illeggibile, guidata da Fabio. Da quel momento, fu questione di giorni.
Eva Mikula, che era con Fabio Savi, viene trattenuta per giorni e interrogata. Le sue parole, per stessa ammissione degli inquirenti, sono decisive per completare il quadro.
Nel 1996, arrivano le sentenze: ergastolo per Roberto, Fabio, Alberto Savi e per Marino Occhipinti. 28 anni per Pietro Gugliotta, ridotti poi a 18,3 anni e 8 mesi per Luca Vallicelli, per favoreggiamento.

