Jessica Pegula: «Il tennis è migliorarsi sempre: è questa la vera passione»

Intervista con la campionessa statunitense, numero 5 WTA e prossima all'esordio agli Internazionali BNL d'Italia, incontrata all'evento adidas «Serve the Night» di Roma, tra filosofia sportiva, routine quotidiane e una vita abituata da sempre a gestire tanti stimoli diversi
Jessica Pegula
Jessica PegulaRobert Prange/Getty Images

C’è un doppio filo, anzi un serve & volley, che lega la presenza di Jessica Pegula, numero 5 del ranking WTA, a Roma: da un lato il ritorno sulla terra battuta del Foro Italico, uno degli snodi chiave della stagione tennistica europea; dall’altro un passaggio sempre più centrale nella costruzione dell’immagine del tennis contemporaneo, che vive anche fuori dal campo. È in questo contesto che si è inserito Serve the Night, l’evento organizzato il 4 maggio, primo giorno di Internazionali BNL d'Italia, da adidas al Brand Center di Via del Corso nel cuore della Capitale. Un format che ha messo insieme atleti, musica e pubblico in uno spazio ibrido, a metà tra attivazione retail e racconto culturale dello sport.

Pegula, oggi stabilmente tra le protagoniste del circuito WTA, è nata il 24 febbraio 1994 a Buffalo, Stati Uniti, e in carriera ha conquistato 11 titoli WTA in singolare e numerosi in doppio con Coco Gauff e Jack Draper nel misto. Ed è uno dei volti, insieme a Stefanos Tsitsipas e a molti altri, che ha animato l'iniziativa.

È una giocatrice che incarna un tennis solido e costante, a cui manca un Grande Slam («Chissà, forse quest'anno», ci confessa) ma che resta stabilmente al vertice e arriva sempre alle ultime giornate dei tornei. Ma è sempre più consapevole del proprio ruolo fuori dal rettangolo di gioco. A Roma, dove la dimensione sportiva si intreccia con quella estetica e simbolica, questo equilibrio emerge con particolare potenza.

Arriva a Roma in uno dei momenti più iconici della stagione sulla terra battuta: che rapporto ha con questa città e con l’atmosfera unica di questo torneo?
«Amo giocare qui. È uno dei tornei più divertenti del circuito: il pubblico è incredibile e il villaggio è bellissimo. C’è una sensazione molto forte di storia e cultura, percepisci davvero di essere dentro la città, non in un luogo isolato come accade altrove. Questo è ciò che lo rende speciale. Fra l'altro ogni anno cresce, anche grazie ai risultati dei giocatori italiani, e penso possa diventare ancora più grande in futuro».

Jessica Pegula all'adidas Brand Center di Roma il 4 maggio 2026

Jessica Pegula all'adidas Brand Center di Roma il 4 maggio 2026

Il tennis è uno sport fatto di rituali e dettagli: cosa cambia davvero nella sua preparazione mentale e fisica quando passa dal cemento alla terra battuta?
«Non è una rivoluzione totale ma cambia la mentalità. Sulla terra devi accettare partite più lunghe, più scambi, più variazioni. È una superficie che richiede pazienza e adattamento. Devi essere pronta a lavorare di più su ogni punto, a costruire, a restare dentro lo scambio. È un approccio diverso, più fisico e anche più mentale».

Roma è anche estetica, storia, stratificazione. Quanto conta oggi per lei l’immagine del tennis - stile, eleganza, narrazione - rispetto alla pura performance?
«Conta, eccome. Roma è una città molto legata alla moda e questo si riflette anche nel torneo. Ma più in generale, quando ti senti bene in campo, anche l’immagine ne beneficia: giochi meglio, ti muovi meglio. Il tennis ha sempre avuto una relazione forte con lo stile, fin dai tempi di Stan Smith o Chris Evert. Negli ultimi anni questa dimensione è tornata molto forte: i giocatori sperimentano, i brand spingono su qualcosa che va oltre la performance pura. È un aspetto bello del nostro sport».

Lei è stata uno dei volti di Serve the Night, un evento adidas che ha unito sport, musica e community: quanto è importante, per un’atleta come lei, uscire dal campo e costruire un rapporto diretto con i fan?
«È fondamentale. Noi giochiamo per competere, certo, ma lo facciamo davanti alle persone. Da piccoli eravamo noi i fan, a guardare i nostri idoli. Mantenere quella connessione ti ricorda perché fai tutto questo. Ti dà prospettiva. Non tutti hanno la possibilità di vivere questa esperienza, quindi quando puoi fermarti, incontrare le persone e sentire la loro energia, è qualcosa che ti resta e che ti motiva».

È cresciuta in un ambiente molto particolare, tra sport di alto livello e business [Jessica Pegula è figlia degli imprenditori e multimiliardari statunitensi Terry Pegula e Kim Pegula, proprietari tra le altre cose dei Buffalo Bills (NFL) e dei Buffalo Sabres (NHL), nda] È cresciuta quindi in un contesto dove sport professionistico e business di alto livello si intrecciano quotidianamente: questo ha influenzato il suo modo di gestire pressione e aspettative?
«Probabilmente sì. In famiglia c’erano sempre molte cose in movimento, quindi ho imparato presto ad adattarmi. Crescere in un contesto un po’ caotico, ma anche molto stimolante, mi ha aiutata a gestire situazioni diverse e a non farmi travolgere. Oggi mi sento abbastanza equilibrata: so come gestire me stessa, le aspettative, la pressione. È stato un percorso, ma credo mi abbia dato un vantaggio».

C’è un momento nella sua routine quotidiana che protegge come spazio personale, lontano da ranking e risultati?
«Sì: il caffè del mattino. Anzi, caffè multipli. È un piccolo rituale, ma per me è fondamentale. Mi piace prendermi quel tempo, che sia a casa o in viaggio, cercare un posto nuovo. È come un reset: le prime ore della giornata mi servono per partire con il piede giusto, senza pensare subito al tennis».

Se dovesse spiegare a chi non segue questo sport perché vale ancora la pena appassionarsi al tennis oggi, cosa direbbe?
«Direi che è uno sport che ti spinge continuamente a migliorare. È questa la cosa che amo di più: non importa il risultato, c’è sempre qualcosa su cui lavorare. È una sfida continua con te stessa. Credo che questa tensione verso il miglioramento sia ciò che crea passione, ed è qualcosa che non cambia mai».

Non posso non farle questa domanda. Jannik Sinner: cosa la colpisce del suo tennis?
«La sua costanza. È impressionante: mantiene un livello altissimo quasi senza cali. Anche quando sbaglia, resta dentro la partita e continua. La sua curva è in continua crescita e a un breve calo corrisponde una rapida risalita. È una qualità rara, quasi da videogioco.

Il vostro approccio caratteriale sembra per certi versi simile.
«Sì: non troppo emotivo, molto stabile. Ovviamente lui ha raggiunto un livello incredibile ed è un riferimento».

E infine: cosa si porta via da Roma ogni volta che torna: più un ricordo sportivo o qualcosa di diverso?
«Sicuramente anche ricordi sportivi, ma soprattutto la sensazione della città. Roma è unica: la storia, le persone, l’atmosfera. Il campo, le statue, tutto contribuisce a creare qualcosa che non trovi altrove. È come fare un salto nel tempo, pur restando nel presente. È questo che rende il torneo così speciale».