C'è un motivo per cui nessuna conferenza internazionale aveva mai messo la parola phase-out al centro del proprio mandato. Le conferenze sul clima (Cop), con il loro meccanismo basato sul consenso, funzionano come riunioni di condominio: basta un condomino recalcitrante per bloccare qualsiasi delibera. È per superare questo stallo che Colombia e Paesi Bassi hanno convocato a Santa Marta, città costiera colombiana, la prima conferenza internazionale interamente dedicata all'abbandono dei combustibili fossili, dal 24 al 29 aprile 2026.
La ministra colombiana dell'Ambiente Irene Vélez Torres ne ha spiegato la logica nel discorso di apertura: se le Cop sono il condominio, questa nuova sede diplomatica vuole essere “l'assemblea d'istituto”, uno spazio separato dove i paesi disposti ad accelerare possano farlo senza aspettare gli ultimi ritardatari (consapevoli). Questo spazio è diventato necessario dopo il fallimento della Cop30 di Belém, incapace di adottare qualsivoglia road map per dare il ben servito a carbone, petrolio e gas, responsabili del riscaldamento globale.
Il nome stesso della conferenza — Taff, Transitioning Away From Fossil Fuels — porta in sé la storia di un compromesso: alla Cop28 di Dubai il termine phase-out è stato considerato inaccettabile per decine da delegazioni (Arabia Saudita in testa) e così si trovò la formula di mediazione (di stampo europeo) transitioning away. Un'espressione diventata, per la prima volta, sinonimo di un'architettura istituzionale permanente.
Al momento dell'apertura dei lavori della Taff, erano trascorsi 60 giorni dall'inizio della guerra in Iran. Il conto delle importazioni fossili per l'Unione europea era già salito di oltre 27 miliardi di euro. A livello globale, per ogni 10 dollari di aumento del prezzo del petrolio, il costo delle importazioni cresce di circa 160 miliardi di dollari. Santa Marta si apriva, dunque, con la migliore argomentazione possibile già proiettata sullo schermo della realtà: la dipendenza dai fossili non è solo un problema climatico, è una vulnerabilità economica sistemica.
Una piattaforma, non un'organizzazione
57 nazioni, insieme all'Unione europea, si sono riunite con oltre 1.500 tra esperti accademici e rappresentanti della società civile. A Santa Marta sono arrivati paesi molto diversi: dai piccoli Stati insulari come Tuvalu, condannati dall'innalzamento dei mari, a produttori ed esportatori di fossili come Brasile, Colombia e Paesi Bassi, fino a importatori netti come Francia, Italia, Spagna e Germania. Tra i grandi assenti figurano Stati Uniti, Cina e Russia.
Questa composizione eterogenea non è un limite, ma un punto di forza. Anche uno dei co-organizzatori, i Paesi Bassi, è arrivato con una contraddizione esplicita sul tavolo: la necessità di aumentare nel breve periodo il proprio consumo di gas per ragioni di sicurezza energetica. “Il valore di questo spazio”, spiega Valeria Zanini, analista del think tank ECCO che ha seguito i lavori in Colombia, “è proprio quello di permettere agli stati di tenere insieme le contraddizioni, di portarle al tavolo e di costruire uno spazio di dialogo in cui si possono discutere insieme quali sono le barriere, ma soprattutto quali sono le soluzioni implementabili a seconda dei contesti nazionali”.
Non una conferenza in cui si punta il dito sull'ambizione altrui, ma uno spazio in cui l'onere di ciascuno è “arrivare con trasparenza, con buona fede, con coerenza e con intenzionalità politica forte”.
È proprio in questo quadro che va letto un evento parallelo di grande portata simbolica: il 28 aprile, nel mezzo dei lavori, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato la propria uscita dall'Opec, l'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio. Per Zanini non è un segnale di forza, ma il contrario: “È un movimento nervoso, una botta di coda di uno stato consapevole che i propri profitti scenderanno. Secondo gli scenari dell'Agenzia internazionale dell'energia, le fonti fossili raggiungeranno il picco della domanda prima del 2030 per carbone e petrolio, entro il 2035 per il gas. La mossa degli Emirati va letta così: siamo negli ultimi cento metri di gara, conviene correre per sé piuttosto che fare gioco di squadra”. Mentre a Santa Marta, 57 nazioni costruivano una coalizione per coordinare la transizione, la principale organizzazione che ne difende gli interessi mostrava la sua prima crepa strutturale.
Santa Marta non è una nuova organizzazione internazionale, né ha prodotto un trattato vincolante. È una piattaforma che rappresenta circa un terzo del pil globale e un terzo del consumo globale di combustibili fossili. “Come in passato l'Unione europea ha permesso a stati anche più piccoli di avere una voce comune nel confronto con Stati Uniti e Cina”, ragiona Zanini, “questo spazio ha il potenziale nel futuro fare qualcosa di simile: dare una voce comune e autorevole agli stati, anche a quelli che, singolarmente, a livello internazionale non avrebbero peso, per uscire dalla dipendenza dai fossili, per proporre modelli alternativi”.
Tre filoni, nessun angolo buio
I lavori si sono articolati su tre assi. Il primo riguarda il disegno di roadmap nazionali per la transizione dalle fonti di energia fossile: al plurale, perché saranno diverse per ciascun paese. Una novità rilevante rispetto agli NDC, i piani nazionali di taglio delle emissioni al cuore dell'Accordo di Parigi, che fino a oggi non hanno incluso impegni chiari sulle emissioni legate alle esportazioni fossili. Quel lato dell'offerta – la produzione, non solo il consumo – è rimasto uno dei grandi angoli bui della diplomazia climatica.
Il lavoro sarà supportato dal nuovo Science Panel for the Global Energy Transition (SPGET), guidato dai climatologi Johan Rockström e Carlos Nobre. Il secondo filone punta a costruire sistemi commerciali liberi dai fossili, con il supporto dell'Ocse. Il terzo affronta la dipendenza macroeconomica e l'architettura finanziaria aggredendo i tre nodi che bloccano i flussi finanziari verso la transizione: il debito, la fiscalità e i sussidi ai fossili.
Da Santa Marta non è uscito nessun impegno nazionale vincolante. L'unica eccezione è stata la Francia, che ha presentato la propria roadmap con obiettivi di phase-out specifici per ciascun combustibile. Per il resto, il valore della conferenza risiede altrove: “Hanno fatto il primo passo di un processo che ora si strutturerà”, spiega Zanini. I risultati alimenteranno la roadmap della presidenza Cop30, con tappe già fissate fino alla New York Climate Week di settembre. Il prossimo appuntamento è nel 2027 a Tuvalu, co-organizzato con l'Irlanda.
Il paradosso italiano
La delegazione italiana era composta da una sola persona: Francesco Corvaro, l'inviato speciale per il clima. Una scelta prudente – mettere un piede nel processo, valutarne la rilevanza – ma la sorpresa è venuta dalla qualità della posizione espressa. “L'Italia ha avuto un approccio costruttivo e cooperativo”, osserva Zanini, “con un investimento politico sul valore diplomatico di questo spazio che non era scontato, considerando che siamo abituati a vedere posizioni molto orientate al gradualismo e alla neutralità tecnologica”. Una posizione apprezzabile, a patto che trovi corrispondenza nelle scelte domestiche.
Ed è qui che i dati diventano scomodi. Nel primo trimestre del 2026, il gas naturale ha fissato il prezzo marginale dell'elettricità per l'89% delle ore in Italia. In Spagna, con un mix rinnovabile molto più avanzato, la percentuale è scesa al 15%. Significa che ogni volta che i prezzi del gas salgono, come è accaduto con la crisi seguita al conflitto tra Usa-Israele e Iran, il conto lo pagano imprese e famiglie italiane, indipendentemente dal fatto che abbiano un pannello fotovoltaico sul tetto.
Questa trappola strutturale non è accidentale: è il prodotto di scelte deliberate. Il governo ha prorogato l'operatività del carbone fino al 2038 in alcune centrali. Il decreto Bollette ha introdotto meccanismi per sterilizzare i costi del sistema ETS per i produttori a gas, riducendo il segnale di prezzo che dovrebbe incentivare la decarbonizzazione. Il piano industriale di Eni e la strategia di Snam continuano a includere investimenti in nuove infrastrutture gas – tra cui il raddoppio del gasdotto TAP – che in uno scenario di transizione coerente con gli obiettivi europei rischiano di diventare stranded assets, cioè asset svalutati prima di fine vita utile, i cui costi verrebbero scaricati sulle tariffe dei consumatori.
Il Piano nazionale integrato per l'energia e il clima (Pniec), aggiornato nel 2024, manca di una strategia credibile di phase-out per petrolio e gas e rimane disallineato rispetto agli obiettivi del pacchetto UE "Fit for 55". Significa che l'Italia porta in conferenze come Santa Marta degli impegni che non trovano riscontro nei propri strumenti di pianificazione nazionali.
Come uscire dalla dipendenza fossile
Le raccomandazioni di ECCO Climate indicano quattro direzioni. Trasformare il Pniec da documento dichiarativo a piano operativo e finanziabile, con tappe intermedie settoriali verificabili. Eliminare i 19,6 miliardi di euro di sussidi ambientalmente dannosi ai combustibili fossili che continuano a scorrere nei bilanci pubblici. Disaccoppiare il prezzo dell'elettricità dal gas accelerando l'elettrificazione: non un obiettivo ideologico, ma la logica economica che ha già premiato la Spagna con prezzi più stabili. Costruire infine una politica industriale nazionale sulle filiere verdi (reti, economia circolare, eolico offshore) dove l'Italia ha vantaggi competitivi reali.
Santa Marta ha dimostrato che esiste, nella diplomazia internazionale, uno spazio per parlare senza ambiguità di abbandono di carbone, petrolio e gas e che quello spazio si costruisce portando al tavolo le proprie contraddizioni, non nascondendole. L'Italia era tra i 57 paesi che lo hanno occupato, con una posizione più aperta del solito. La domanda che resta sospesa è quella che nessuna conferenza può rispondere al posto di Roma. Le parole dette in Colombia troveranno corrispondenza nelle scelte che si fanno a casa?