Nell’immaginario comune i Neanderthal rimangono ancora i nostri cugini “meno evoluti”, scimmioni rozzi e cognitivamente limitati. La ricerca ha sfatato da tempo questa visione, e oggi parla di ominidi dotati di una cultura raffinata, sensibilità artistiche e capacità tecniche sviluppate. Il confronto con le capacità cognitive della nostra specie, però, rimane ancora un campo di scontro. E un nuovo studio è destinato a riaccendere la discussione: la ricerca, pubblicata sulla rivista Pnas, indica infatti che le differenze morfologiche tra il cervello Neanderthal e quello dei Sapiens sono minori di quelle presenti tra gli umani moderni. Un indizio che, a detta degli autori, smentisce la presenza di differenze importanti nelle capacità cognitive dei nostri cugini estinti.
Un pregiudizio antropologico
Il mito del Neanderthal come essere brutale affonda le sue radici nella metà del diciannovesimo secolo. Tutto iniziò nel 1856, quando nella valle di Neander vennero alla luce dei resti fossili insoliti. Hermann Schaaffhausen, il primo anatomista a esaminarli, descrisse quel cranio come appartenente a una creatura primitiva, dotata di una struttura ossea massiccia che suggeriva una mente rudimentale. Questa interpretazione iniziale condizionò pesantemente la paleoantropologia, cristallizzando nell'opinione pubblica l'idea che i Neanderthal fossero un vicolo cieco dell'evoluzione, incapaci di competere con la superiorità intellettiva dei Sapiens.
La riabilitazione dei Neanderthal
Oggi la prospettiva scientifica è radicalmente mutata. Sappiamo che i Neanderthal possedevano un'organizzazione sociale complessa, pratiche funerarie e capacità di creare pigmenti per scopi artistici. Erano cacciatori abilissimi, in grado di fabbricare utensili di grande precisione. È in questo contesto che si inserisce il nuovo studio: i ricercatori hanno deciso di indagare la struttura cerebrale di questi ominidi per verificare, con strumenti moderni, l'ipotesi della loro presunta inferiorità cognitiva, analizzando se la forma del cranio riflettesse effettivamente capacità mentali diverse dalle nostre.
Lo studio
Per rispondere a questa domanda, il team di ricerca ha utilizzato la risonanza magnetica per confrontare il volume di diverse aree cerebrali in popolazioni umane attuali e compararle con quelle dei Neanderthal, basandosi sui crani ritrovati. I risultati sono stati sorprendenti: le variazioni osservate tra la nostra specie e i nostri cugini estinti rientrano ampiamente nello spettro di diversità che caratterizza i Sapiens contemporanei. In altre parole, la differenza tra due umani moderni può essere maggiore di quella che passerebbe tra uno di loro e un Neanderthal. “Se le differenze tra noi e i Neanderthal andassero considerate rilevanti dal punto di vista cognitivo – sottolineano gli autori – allora dovrebbero esserlo anche le differenze neuroanatomiche che si riscontrano comunemente tra le odierne popolazioni umane”.
Morfologia e intelligenza
Oggi sappiamo che una diversa conformazione morfologica del cervello non è un indizio di differenti capacità cognitive o di una maggiore o minore intelligenza. Se accettiamo questo principio per i Sapiens viventi, non vi è ragione scientifica per applicare un parametro diverso ai Neanderthal. Lo studio suggerisce che le divergenze strutturali accumulate in centinaia di migliaia di anni non siano state determinanti nel definire le facoltà mentali. La fine dei Neanderthal, dunque, potrebbe non essere stata causata da una carenza di “hardware" cerebrale, ma da fattori demografici o ambientali ancora oggetto di studio.