Una cosa, riguardo a Il Diavolo veste Prada 2, è certa: l'ambiziosa operazione di realizzare un sequel a vent'anni di distanza da un film divenuto subito cult è riuscita, almeno per quanto riguarda i dati al botteghino. Lo dicono i dati, con 77 milioni di dollari generati nelle sale americane e altri 157 milioni in quelle del resto del mondo (compresi oltre 8 milioni di euro nei cinema di tutt'Italia). Questo nel primo weekend dall'uscita lo scorso 29 aprile e con un precedente - quello del primo film del 2006, appunto - che si fermava a 27,5 milioni di dollari totali. Ma a fronte di un tale exploit in termini di incassi, c'è chi dibatte da giorni molto animatamente sulla qualità di questo secondo capitolo, a volte lodandone la continuità con il primo film, altre volte sottolineando il passaggio del tempo e le nuove trovate non all'altezza dell'originale. E in Italia, soprattutto sui social, si aggiunge anche un ulteriore dibattito, quello sul doppiaggio.
Un segno di continuità, a due decenni di distanza, è stato dato infatti proprio sulla scelta dei doppiatori, che nella versione italiana sono gli stessi del primo capitolo. Quindi Connie Bismuto è tornata a dare la voce a Anne Hathaway nel ruolo di Andy, Francesca Manicone a Emily Blunt in quello di Emily, Gabriele Lavia al Nigel di Stanley Tucci e soprattutto è stata confermata anche Maria Pia Di Meo, l'interprete che ormai da anni è la voce così familiare ed espressiva di Meryl Streep in praticamente tutte le trasposizioni italiane degli ultimi anni, e quindi anche nel caso della temibile Miranda Priestly. Se molti fan della prima ora si sono detti contenti di trovare una continuità di voci nel doppiaggio - che ha visto la direzione in questo caso di Fiamma Izzo - altri spettatori hanno notato una qualche idiosincrasia, legata soprattutto all'età avanzata dei doppiatori stessi, soprattutto per quanto riguarda Di Meo e Lavia.
Di Meo, classe 1939, è sicuramente una grande maestra del doppiaggio italiano e le sue interpretazioni, legate a grandissime attrici di Hollywood come Jane Fonda, Julie Andrews, Mia Farrow, Barbra Streisand e appunto la stessa Streep, l'hanno resa una delle voci più riconoscibili ed espressive del cinema nelle nostre sale. Eppure c'è chi dice che la sua resa lasci trasparire ormai fin troppo il passare del tempo, e che ci sia ormai una discrepanza che tra la sua voce da signora di 87 anni e quella di un personaggio ancora energico e tagliente come quello di Miranda (interpretato comunque, nell'originale, da una Streep che di anni ne ha 76). Possono questi nove anni di differenza essere una discrepanza troppo grande da colmare? Lo stesso si è detto di Lavia che doppia Stanley Tucci, con un risultato che spesso risulta un po' forzato.
Ma più che una questione anagrafica, c'è fare forse un discorso più ampio sul doppiaggio in generale e sulla sua efficacia in un'epoca in cui i download prima e le piattaforme di streaming poi ci hanno abituati a vedere sempre più contenuti in lingua originale. Ad ascoltare anche solo i trailer diffusi online de Il Diavolo veste Prada 2 non ci si sofferma solo sulle voci invecchiate più o meno bene ma soprattutto su una velocità delle battute che in italiano risulta a dir poco confusionaria. Che dire poi dell'adattamento dei dialoghi? “Sono una features editor di Runway”, dice orgogliosa la Andy di Anne Hathaway, ma quanti di coloro che vivono (fortunatamente) fuori dalle redazioni dei giornali sanno cos'è una features editor? E ancora, quando il secondo assistente di Miranda dice “Devo fare pipì, ho bevuto un venti”, quanti capiscono al volo che si tratta di una misura delle bevande di Starbucks?
Forse dunque a essere invecchiate non proprio egregiamente non sono tanto le voci dei singoli doppiatori, ma un sistema di doppiare i contenuti che non sta più al passo - nella maggior parte dei casi - con la velocità e la peculiarità con cui i contenuti stessi vengono prodotti. A fronte di questa considerazione, tuttavia, non si può ignorare il fatto che, almeno in un mercato come quello italiano, soprattutto al cinema si va per vedere nella stragrande maggioranza dei casi delle versioni doppiate. Dunque questi stessi dibattiti online forse servono a tenere l'attenzione alta su una modalità di fruizione che è comunque quella della maggior parte degli italiani. E che merita non solo più rispetto al di là di ogni snobismo, ma anche una qualità che nella frenesia di oggi spesso non è garantita al massimo.
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