Un mix tra quello che siamo e quello che viviamo, cosa ha scoperto lo studio italiano che ha analizzato i sogni di quasi 300 persone

Nel mondo onirico tendiamo a mescolare tutto, un fenomeno che i ricercatori chiamano “iperassocazione”. E che riflette molto del nostro carattere, ma non solo
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Uno studio italiano mostra perché sogniamo quel che sogniamo(foto: Ekaterina Goncharova/Moment/Getty Images)

I sogni parlano, in un modo che, anche grazie a quanto sostiene oggi dalle pagine di Communication Psychology, il team di ricercatori guidato da Valentina Elce della Scuola Imt Alti Studi Lucca, conosciamo sempre meglio. Non si tratta di interpretarne il significato, ma di capire da dove nascono e perché. La loro ricerca si aggiunge a quella di tanti gruppi che si occupano del tema, interessati a capire i meccanismi che si celano dietro i sogni lucidi (quelli che si possono cioè controllare) e come riprodurli, a comprendere a cosa servano e chi di capire come sfruttarli per risolvere problemi.

Come si studiano i sogni: tutti i dati raccolti

La strategia usata dai ricercatori per capire cosa guidi il contenuto dei sogni è stata quella di incrociare i dati sul contenuto dei sogni con le caratteristiche della popolazione che li aveva fatti. Nello specifico gli scienziati hanno chiesto ai partecipanti allo studio (quasi trecento) di compilare una serie di questionari, specificatamente sviluppati per fotografare la tendenza al mind-wandering, all’ansia e per capire quanto fossero vivido il loro immaginario. Al tempo stesso i ricercatori hanno anche raccolto dati più direttamente al sonno, per misurarne la quantità, sonnolenza e la tendenza a sognare e condotto una serie di analisi per valutare le loro abilità cognitive (misurando diversi tipi di memoria, ma anche capacità linguistiche). In più i partecipanti una volta al giorno (durante i momenti di veglia) dovevano registrare (con dei registratori) quello cui stavano pensando 15 minuti prima.

Come spiegano nel paper infatti tutti questi sono fattori che possono influenzare il contenuto dei sogni: l’ansia per esempio porta a sogni più negativi. Per catturare questo aspetto - ovvero per capire cosa avessero sognato e come - hanno chiesto ai partecipanti di tenere traccia al risveglio di quanto sognato o non sognato, vale a dire della sensazione lasciata da un sogno che però non si riesce a ricordare, per due settimane. Ma i ricercatori non si sono fermati qui: hanno anche registrato i movimenti nel sonno e l’attività cerebrale per un sottocampione di partecipanti. Infine hanno trascritto i report registrati e li hanno analizzati con tecniche di intelligenza artificiale, valutando contenuto semantico e lessicale, e concentrandosi su aspetti come emotività, stranezza, aspetti sensoriali, ma anche alcuni relativi al tempo e allo spazio. Questi dati sono quindi stati incorporati con i risultati dei test cognitivi, delle attitudini caratteriali dei partecipanti e del loro modo di dormire.

Un focus sul periodo della pandemia

Oltre a questi dati raccolti su un campione di popolazione generico, i ricercatori hanno raccolto dati analoghi anche su un campione di persone durante il periodo della pandemia (nello specifico durante i primi periodi di lockdown). L’idea spiegano era di capire come un evento così stressante potesse influenzare il contenuto dei sogni. In totale sono stati analizzati circa 3700 report relativi alle fasi di sonno e veglia, provenienti da quasi 300 persone (tra popolazione generica e quella in lockdown).

Sogni: un condensato di esperienze e aspettative

Il risultato di questo lavoro ha confermato che i nostri sogni sono un po’ il prodotto di quel che siamo, un po’ di quello che viviamo, ha riassunto Elce. Scrivono infatti gli autori: “Abbiamo dimostrato che il contenuto dei sogni è plasmato non solo dalle caratteristiche uniche di ogni individuo, ma anche da tratti più ampi e generalizzabili ed eventi esterni condivisi. Questo suggerisce la coesistenza di meccanismi che sono ampiamente espressi tra gli individui e di altri che dipendono dal profilo unico di ciascuna persona”. Più nel dettaglio, i sogni sono un condensato di elementi di diverso tipo (i ricercatori parlano di “iperassociazione”), esperienze o aspettative, mescolati insieme in maniera coerente ma bizzarra, quanto più bizzarra quando maggiore è la propensione a vagare con la mente, proseguono gli autori.

Emozioni e ruolo dei sogni

In più, rispetto a quanto vissuto nei momenti di veglia, le esperienze oniriche sono viste più da spettatori che da attori e sono tendenzialmente più ricche di emozioni. Questa ricchezza emotiva, parallelamente a una ricchezza di scenari (soprattutto nelle persone con un interesse maggiore verso i sogni), confermerebbe un duplice ruolo dei sogni, ricordano gli autori: da un lato ci aiuterebbero a staccarci dal mondo reale, assicurando il sonno, dall’altro aiuterebbero anche a fare i conti più da vicino con le emozioni (una delle funzioni associate ai sogni).

Altri dati emersi dalle analisi sono: le persone con maggiore memoria visiva e spaziale riportano più spesso la presenza di oggetti nei sogni, quelle più propense al mind-wandering cambiano spesso scenario onirico, i giovani sognano più spesso aspetti legati al lavoro. Come da atteso, inoltre, i sogni vissuti durante il lockdown riflettevano - momentaneamente - la situazione sociale, ed erano ricchi di riferimenti a concetti come limiti, corpo, interazioni sociali, ma anche a questioni lavorative, temporali, a temi fantastici o drammatici. Ma non solo: “Erano più ancorate alle dinamiche della vita quotidiana e incorporavano riflessioni personali tipiche delle esperienze di veglia”, aggiungono infine gli autori.